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L’ In –Visibile, al Museo Vela.

L’esperienza che i musei ci stanno consegnando, una fenomenologia della cittadinanza tra arte, natura, socialità, linguaggi del presente e della memoria, arrivando alla significazione che Roland Barthes individua parlando del mito, “il mito è un linguaggio”, aiuta a leggere la configurazione del mondo, il racconto che ne facciamo.

L’identità ‘a tempo’, le appartenenze e il territorio, rivelano il modo in cui riflettiamo sulle forme della vita, le sue contraddizioni e l’arte da sempre procede con salti in avanti e indietro destrutturando una visione della realtà lineare e produttiva; l’idea del ciclo, del ritorno, contrasta con il ritmo dei nostri giorni, con il tempo cronologico. Il rapporto tra il paesaggio e i suoi segni, le aree che individuano la persistenza del moderno accanto al suo declino, non riguarda solo il primato dell’artificio ma la téchne  che perde il suo rapporto con il fare, costruire, immaginare.

figi3Ecco perché, ripercorrendo le parole di Michel Foucault, non è sufficiente riflettere e pensare ma andare a scoprire “il pensiero che precede il pensiero”, un sistema di relazioni che si trasformano, mutano, chiamano a uno sguardo nuovo, anche innocente. Da Ligornetto, sulla strada che porta verso una frontiera aperta alla conoscenza e alla relazione, cogliamo la bellezza del Museo Vela osservandolo dall’esterno e in qualche misura ci accorgiamo come gli ecosistemi, dentro e fuori, di lato e dall’alto, creino delle dinamiche che superano l’idea di orto chiuso (Xortos), un limite che il passante non avverte perché in vista di un’accoglienza che sa di ospitalità, desiderio di incontro, relazione.

Il luogo, diventa spazio comunitario perché si esce dal tema del limite, dove ogni frammento artistico è inserito su un piano di contaminazione, una tensione che ha “lo spessore originario in cui si forma”. Domenica 14 giugno, ore 11.00 (www.museo-vela.ch), la direzione del Museo ha proposto un percorso a piu’ voci intorno all’opera di Marcello, Adèle d’Affry, (1836 – 1879) scultrice che vede adesso un importante momento di risonanza artistica e culturale, una ricerca durata tre anni frutto della collaborazione con i musei d’arte di Friburgo, Pregny – Ginevra e Compiègne.

Lo pseudonimo di Marcello, che Adèle sceglie per la mentalità dell’epoca dove prevale l’idea del maschio scultore, mostra un’ambivalenza che si gioca tra sculture forti, le vediamo nei tratti maschili delle protagoniste e una femminilità decisa, in particolare nelle mise scelte per i suoi ritratti fotografici . La presenza della compagnia di danza friburghese ‘DA MOTUS!’,  in una performance che ha preso spunto dal luogo e si è snodata dentro e fuori le superfici museali e l’installazione ‘In-Visibile’ di Luisa Figini, hanno reso possibile un dialogo a distanza con le opere di Marcello, dai primi movimenti – l’esordio artistico a Roma – ai rapporti con gli scultori Heinrich Max Imhof e Gustave Courbet, fino ai suoi ultimi lavori.

La stessa dualità di Marcello, presa tra la mondanità della corte e la dura vita di bottega, diventa lettura di un’ambivalenza identitaria perturbante che solo l’essere nel tempo puo’ interpretare e rappresentare. Un discorso che fa Rilke, quello dell’anelito oltre se stessi, una prigione che chiude e tuttavia “accade un grande miracolo nel mondo. Lo sento: tutta la vita è vissuta”.

La sfida posta dalla dualità e indeterminatezza, le incrinature dell’io,  viene assunta da un’artista sensibile come Luisa Figini per quel maschile, femminile, che sono qualcosa di piu’ di un genere. Una sfida che ci parla della sua irrequietezza e di quanto il lavoro artistico sia momento topico capace di trasfigurazioni, catarsi, nuovi orizzonti, soglia che viene a interrogarci depositando tracce di esistenza e co – esistenza.

 

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Il volo di Marcello.

In un’intervista di qualche anno fa a Rete Due, parlando con Giovanna Riva, l’autrice delle installazioni che il pubblico vedrà al primo piano del Museo Vela, diceva di non essere una grande viaggiatrice ma di aver percorso nella suo lavoro un intenso viaggio spaziale e temporale.

Luisa Figini ha compiuto un’esplorazione dove la terra incontra l’aria, dalla materia del suolo alla video art, dalla scultura alla galleria dei ‘Quasi angeli’, camicie e vestaglie trasparenti da ospedale stampate a fiori, fino a ‘Bagaglio a mano’, dove vestiti e oggetti cartacei colgono, lo dice bene Paola Tedeschi – Pellanda, “universi emotivi, relazionali, di comunicazione” .figi1

Esposizioni, studi, lavori che hanno punti di forte densità nell’organicità della vita, negli oggetti secondari e dimenticati: nel corpo, anche quello ‘senza voce’. Cosa ha provato, incontrando Marcello? “La prima volta ho preso il catalogo e prima di leggere mi sono messa a guardare le sue foto. Sono rimasta coinvolta dall’ambivalenza dell’artista, la messa in scena dell’alta società e l’abito di lavoro che è pure una messa in scena: due lati interessanti. Poi, ho iniziato la lettura e nelle note della mostra lei parla di se stessa, di queste due anime ”.

Al centro della sala, i vestiti in carta. “E’ materia del mio ultimo lavoro, la carta era il medium che volevo utilizzare perché diafana, semitrasparente; ho scoperto che la famiglia conserva questi abiti e dunque entrava il tema della memoria, gli oggetti che servono piu’ ai vivi che ai morti, da allora a oggi”. In prospettiva, un terzo elemento. “Viene dai miei sogni, un lavoro che parte da me e si interseca con altre cose: la dimensione notturna, l’immaginario. Dall’ultima collettiva a Ginevra ho pensato di utilizzare i sogni, le loro immagini e metterle in forma. Qui, è un aquilotto, un mantello di piume, ali che si fondono con le spalle di lei: la leggerezza e la forza. Un dono a Marcello, il suo volo”.

In-Visibile, è quanto dobbiamo vedere con occhi nuovi, ancora. Quella che per Mario Luzi è “la trasparenza della trasparenza”.

 

 

Massimo Daviddi –

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