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La doppia vita di Margherita.

vertical_lineUno dei capolavori della cinematografia contemporanea, anno 1991, è del regista polacco Krzysztof Kieslowski. Titolo, “La doppia vita di Veronica”. Dopo il Decalogo e prima della ‘Trilogia dei colori ’, il film di Kieslowski arriva a sondare cosa c’è, forse, di insondabile nella realtà, il confine che racchiude quello che cerchiamo a ogni passaggio della nostra vita – l’identità – e quanto invece di noi sta in un altrove possibile.

zIMG_1776.jpegEsiste un doppio, qualcuno che non conosciamo e sentiamo parte di noi? Del quale avvertiamo l’esistenza pur senza una reale scoperta, percependo tutto in inserti, frammenti improvvisi, rivelatori.

Il film narra l’esistenza di due donne divise solo dalla lingua, Véronique francese e Weronika polacca; nel corso della storia, Alexandre che ha una relazione con la prima, le farà vedere da una foto scattata durante un viaggio in Polonia l’esistenza di una donna identica. Si sono sfiorate, ma la percezione di vivere una nel volto dell’altra, un rispecchiamento, trova conferma.

E ci sono altri indizi: le due, sono legate da oggetti rotondi, una biglia, un anello, che testimoniano la continuità della vita in una dimensione di ritorno, la circolarità delle esperienze e dei sentimenti che non arriva a mete precise ma tiene sospesa la condizione umana alla ricerca di qualcosa a cui sentiamo di appartenere anche se non sappiamo perché. Lontane e insieme, compiono un viaggio interiore per capirsi, una ricognizione che solo lo sguardo dell’una sull’altra riesce a esprimere e che pone la domanda sul senso della nostra esistenza: chi siamo, veramente?

Incontrando a Bellinzona Margherita Turewicz Lafranchi, sentiamo una certa analogia con il film di Kieslowski – quell’idea di trascendenza, tensione etica e spiritualità che pervade ogni suo film – perché l’artista che certo è consapevole della sua identità, sente che due anime dimorano in lei: la Malgorzata Turewicz nata a Szczecin (Stettino), ha vissuto una nuova condizione venendo in Svizzera, cosi’ come nel tornare di volta in volta in Polonia è riemerso un mondo fatto di relazioni profonde, costitutive, uniche. Due nomi, due mondi.

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L’artista, dopo il liceo nella sua città frequenta l’Accademia delle belle Arti a Varsavia ottenendo il diploma con distinzione: negli anni ha esposto a Varsavia, Cracovia, Madrid, Turku ed Espoo in Finlandia, Arnheim, Berlino, Colonia. Partiamo dai ricordi di Malgorzata, la città di Stettino, la Polonia. “Stettino è una città molto bella, piena di parchi, pianificata sul modello di Parigi, strade a raggiera, verde, molti platani, i boulevard. Il porto. Da bambina osservavo, per dirla artisticamente vivevo un pensiero frattale, nel cortile di casa vedevo tutto il mondo, immaginavo. Mi ispiravano i muretti e  le aiuole, facevo delle sculture da foglie e bacche”.

Penso che una città sul mare spinga ulteriormente l’immaginazione.  “Certo. Anche una bella architettura: da una parte l’Art Nouveau, dall’altra il Modernismo. Mi piaceva tantissimo un edificio vicino a casa mia dove andavo sempre e che poi ho scoperto essere la sede della filiale del Bauhaus. Venivano Gropius, Mies van der Rohe a tenere delle lezioni. Il costruttivismo, la direzione della logica e della funzionalità mi hanno sempre appassionato”.

Chi l’accompagnava nei suoi giri in città? “Mia madre e le zie. Aveva tante sorelle ognuna con dei talenti manuali e con loro facevo dei lavoretti; questa capacità mi colpiva, soprattutto ero attorniata da un mondo femminile che ho sempre tenuto dentro di me”.

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L’adolescenza? “Una bambina sensibile, crescendo ho sentito un forte interesse per la logica e la matematica. Mio padre era professore di questa materia, con lui mi esercitavo; sono andata a un liceo scientifico molto severo, il  migliore di Stettino in una classe di compagni eccellenti. Ho conosciuto un’insegnante di educazione visuale, l’incontro con la storia dell’arte mi ha aperto un mondo, una conoscenza determinante insieme a un concorso vinto che mi ha permesso di entrare direttamente in Accademia. In quegli anni mi formavo sul disegno, la pittura: quando sono andata a Varsavia non ho sentito tanto l’interesse per gli insegnamenti classici, quanto per l’architettura d’interni. C’erano professori invitati da altri paesi, mi attraeva il lavoro sullo spazio, quello concettuale, le installazioni. Le nuove tecnologie. Nel nostro atelier non era tanto importante il medium, ma il pensiero”.

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Gli anni d’Accademia? “E’ stato un periodo indimenticabile, ho conosciuto movimenti, gruppi, amici diventati artisti di primo piano, gallerie dove si facevano performance, un clima fertile. Intanto, a metà degli anni ’80 crescevano in me degli interessi in campo filosofico: sono venuta in Svizzera, a Dornach, per approfondire il pensiero di Steiner e in generale quello della filosofia tedesca”.

Al ritorno? “Nell’88, la prima grande mostra organizzata da Andrzej Bonarski, ero felice di vivere come artista indipendente, volevo portare avanti la mia ricerca e diverse persone della mia generazione stavano facendo la stessa cosa, come Marek Kijewski, Mirek Filonik: esponevamo insieme, stavamo negli stessi spazi, lavoravamo negli atelier. Appena fuori Varsavia ci trovavamo al Centro della Scultura Polacca, Oronsko, o in città a quello dell’Arte Contemporanea, Zamek Ujazdowski. Importante, la Galleria Dziekanka che mi ha formato come artista. Ricordo molte cose che riempivano il nostro orizzonte; il teatro, la musica con l’autunno di Varsavia che portava in cartellone molta musica contemporanea e il jazz. Il cinema”.

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Quale strade stava percorrendo? “Facevo grandi disegni sulla carta con la tempera e anche quadri piuttosto simbolici, sintetici nei loro tratti, erano come le sculture che ho fatto dopo, le anticipavano. Siamo intorno al ’90, disegni in metallo, ogni tanto qualche altro materiale: lascio la pittura per dedicarmi a degli oggetti tridimensionali. Nel frattempo diverse borse di  studio mi hanno consentito di andare in Spagna, Germania, Austria; viaggiavo, approfondivo le tendenze artistiche, facevo mostre. Una conoscenza importante è quella con Rosemarie Trockel, artista tedesca di grande forza creativa”.

Dopo, una nuova esperienza in Svizzera. “Anda Rottenberg, storica dell’arte, mi manda un telegramma dove mi chiedeva di inviare i miei cataloghi all’Ambasciata Svizzera perché c’era un concorso. L’ho vinto e sono arrivata qui, in Ticino. Per la prima volta mi trovavo in un ambiente piccolo, mi mancava la città, prima di partire pensavo al sud Italia, credevo che l’inverno fosse caldo … comunque, a parte tutto, piu’ caldo che in Polonia”. L’anno? “Il ’93. Al Museo Vincenzo Vela, a Ligornetto. Abitavo in un bel appartamento con dietro un grande atelier, un periodo dove mi sono concentrata molto sul lavoro, non avevo distrazioni. Sei mesi, con un’interruzione per una personale a Cracovia”.

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Le mani.

In quei mesi, un incontro importante: quello con l’editore e operatore socioculturale Fiorenzo Lafranchi, compagno di vita e con lui un figlio, Olek. Nel ‘96  la prima mostra in Ticino: ‘Rapaci’, con Luca Mengoni, Gianpaolo Minelli, Silvano Repetto.

Le mancava Varsavia, i suoi amici? “All’inizio ne parlavo con Fiorenzo, non volevo lasciarla perché era la mia storia, l’arte, la cultura. Le relazioni. Abbiamo deciso di stare un po’ qui, un po’ là: a lui piaceva Varsavia, ma poi la vita sceglie per te e purtroppo poco dopo Fiorenzo è mancato. Ero paralizzata, volevo muovermi il meno possibile. Sono rimasta qui per crescere Olek e continuare il mio lavoro. Fiorenzo mi ha trasmesso bella energia, il suo interesse per i libri, i temi sociali, il dadaismo”.

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E il lavoro? “Ho realizzato una mostra a Monte Carasso grazie a Nando Snozzi, un amico di Fiorenzo e anche gli altri amici mi sono stati vicini. E’ venuto Marco Franciolli ed è iniziata la collaborazione con il Museo Cantonale. La permeabilità della materia è sempre stata al centro dei miei interessi, le strutture leggere che vengono dal mondo dell’industria, disegni tecnici delle mie emozioni”.

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Lei torna piu’ spesso in Polonia. “Negli ultimi vent’anni mi sono allontanata dalla scena artistica polacca. Ho portato in Ticino tutto l’archivio dei miei lavori precedenti e nell’ultimo anno, quando andavo a trovare e curare mia mamma, ho ripristinato i contatti partendo da Stettino dove ho esposto ad aprile”. Com’è andata? “Molto bene. Il titolo è, ‘Lavori Manuali’, invitata dalla nuova Accademia d’Arte in collaborazione con il Museo Nazionale”.  E’ il ricordo della manualità di mia mamma, delle mie zie. Anche lo spirito di Meret Oppenheim, trasformare, avere due vite, la duplicità della realtà degli oggetti”. Malgorzata, Margherita, lo sanno.

http://www.turewicz.com/

 

 

Massimo Daviddi

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