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La preziosità invisibile: “Casa di Gabri”

L’anno in cui la neve cadde copiosa, Padre Angelo Epistolio acquisto’ una quattro per quattro necessaria per passare dalla “Folla” di Malnate e recarsi all’Ospedale civico di Varese, complice la salita e il pericolo di scivolare con le gomme. Quella visita, era il saluto quotidiano a Gabriele, ricoverato gli ultimi tre mesi della sua vita nel reparto neonatale; quando Don Angelo entrava nella stanza lui ne riconosceva i passi, dando segni tangibili di emozione. Anche a Natale, “perché, pensa che un genitore lascerebbe da solo, un figlio, proprio quella notte?”. La costruzione del progetto Agorà ’97, rappresenta per Padre Angelo una lettura umana ed educativa che nasce accanto a storie di marginalità, siano queste legate a minori con difficoltà socio famigliari e ambientali, che per persone adulte con disagi di carattere psichico. Ecco allora, “Casa Miro, Casa Famiglia, Casa di Luca, Casa 4 Venti, Casa Enrico”, un tessuto che tiene insieme professionalità elevate e appunto, la parola chiave, casa. Il principio alla base del progetto, è la dignità e unicità della persona in ogni condizione si trovi e la possibilità di un suo miglioramento attraverso un rapporto interpersonale rispettoso, che porti a una progressiva autoconsapevolezza. Lontano da ogni forma di assistenzialismo passivo che ne limiti i possibili sviluppi, il metodo è volto alla centralità dell’essere umano, colto in un frangente critico della sua storia e che in quanto tale è condivisa dagli operatori, dalla cordialità che il metodo propone. Stimolando, nel rispetto di ogni esperienza, compiti e responsabilità. La casa che non abbiamo ancora citato, prende proprio il nome di quel bambino visitato a Varese nell’ultimo periodo della sua vita: “Casa Gabri”, 2 Marzo 2009, Rodero, provincia di Como. Capita infatti che un’assistente sociale dell’Ospedale di Lecco, si rivolga a Padre Angelo per trovare uno sbocco alla situazione di Gabriele, affetto da una grave patologia respiratoria che lo costringe a indossare uno scafandro in plastica, posto sul torace e collegato a un computer che ne scandisce la respirazione, quasi fosse uno stantuffo. Per quanto l’equipe medica sia premurosa e vicina al piccolo in tutti i modi possibili, si tratta sempre di una vita passata in ospedale, “sotto una luce al neon”. Ma, vista la particolare situazione, Padre Angelo non puo’ dare a Gabriele un contesto appropriato; l’assistente, che si era rivolta ad altre strutture, dice: “almeno mi avete ascoltato”. In un secondo tempo, quando andrà a fare visita al piccolo, il sacerdote decide di accoglierlo a “Casa di Luca”; un passaggio significativo, vissuto da momenti forti di impegno e partecipazione. Insomma, una nuova sfida. Il personale sanitario accompagna Gabriele fino all’ambulanza e lui si agita, perché sente di lasciare un posto conosciuto. Il percorso successivo, è organizzare tutto perché Gabri possa essere seguito con gli strumenti sanitari e terapeutici necessari, cercando soprattutto di fargli vivere i mesi a venire come un bambino li vive nella propria casa. Con i colori, la musica, con quella famigliarità che conosciamo e che è determinante nelle fasi successive della crescita. All’entrata, vicino al presepio, la sua foto, “un volto che si apriva alla vita nonostante tutto”, come dice Padre Angelo, “perché sentiva, avvertiva molte cose e stava insieme agli altri bambini pensando che fossero i suoi giocattoli, schiacciando trombette e muovendosi”. La Casa, non è confessionale, accoglie chiunque: “ la mia convinzione è, in prima istanza, quella di portare un servizio alla persona: la fede è un valore aggiunto, certo importante. Contano i momenti che possono valorizzare ogni singolo aspetto della vita dentro un luogo che non chiede riflessioni filosofiche, né sociologiche, ma una presenza costante. Un quadro di professionalità interdisciplinari, volte a prestare cure d’eccellenza e, allo stesso tempo, proporre una dimensione intima, essenziale, per il tempo di vita che a ogni bambino resta e che a volte, supera le stesse leggi di natura ”. E’ la domanda che a seguito dell’incontro con Gabriele, stava alla base di questo nuovo progetto: “perché non investire in una proposta, per la qualità della vita?”. La qualità, presenta diverse sfaccettature per essere in grado di affrontare una realtà complessa. Infermieri professionali nell’arco delle ventiquattro ore, operatori socio sanitari, medici rianimatori, fisioterapisti, un rapporto che oltrepassa i parametri regionali – già severi – mettendo a disposizione un professionista ogni due, tre utenti.
Collaborazioni d’eccellenza: la “ Fondazione Monza e Brianza per il Bambino e la sua mamma”, che gestisce i reparti di pediatria, neonatologia ed ostetricia, presso l’Azienda San Gerardo di Monza . Anche innovazione: un impianto di telemedicina, consente la visualizzazione costante delle condizioni di salute dei bambini, la registrazione dei dati e il loro aggiornamento, con la possibilità di un intervento medico a distanza. Si tratta di essere “medici dell’anima e del corpo e capire che ogni persona è dinamica”, dunque, “nella tragedia, gli aspetti umani sono valorizzati, perché la terapia affettiva tocca tutti: bambini, genitori, operatori e proprio per sostenere le famiglie abbiamo pensato a un ricovero di sollievo, finalizzato ad allentare tensioni e fatica ”. Il resto, lo fa “la provvidenza”. Un pensiero, una solidarietà non astratta che vorremmo trovare anche fuori di qui e che Gabri, segue ancora da un altro versante del cielo.

Massimo Daviddi

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