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La Svizzera e il ’68

1968: il fiore della ribellione

La Svizzera e il ’68: esposizione temporanea al Museo di storia a Berna fino al 17 giugno 2018

Françoise Gehring

Il ‘68 ha segnato intere generazioni per la sua forza propulsiva nell’imprimere cambiamenti. “L’immaginazione al potere”, si diceva nelle strade di Parigi. Un appello a rompere gli schemi, a scardinare regole precostituite, ad occupare lo spazio pubblico senza mediazioni. E le donne si prendono finalmente il diritto di ribellarsi, di autodeterminarsi, di affermare il loro bisogno di libertà.

La rivolta del ’68, come spiegano i curatori della mostra “1968 Suisse”, è un fenomeno dalle mille sfaccettature: manifestazioni contro la guerra del Vietnam, affermazione della vita comunitaria, nascita dei figli dei fiori, scoperta di musiche rock e pop, esperienza dell’amore libero e della libertà sessuale. Insomma dal “flower power” ai sogni psichedelici, dalla solidarietà come articolazione delle relazioni umane, alla protesta contro ogni forma di violenza. Senza dimenticare l’icona di un’epoca, il furgoncino Bulli, simbolo di scoperta e di libertà di movimento collettivo.

Sono anni generosi, sono anni di fermento creativo e culturale, sono anni in cui la voglia di progresso vuole esprimersi a briglie sciolte e con le provocazioni di chi vuole rompere con il passato. Sì perché negli anni ‘50/’60 i capelloni non venivano serviti nei ristoranti, il concubinato era vietato, gli omosessuali erano schedati dalla polizia e le donne non avevano il diritto di voto e di eleggibilità sul piano federale. Questa mentalità perbenista era diventata una camicia di forza che il ’68 ha spezzato.

Cinquant’anni dopo gli eventi del ’68, il Museo di storia di Berna propone dunque di ripercorrere l’anno simbolo della rivolta sociale, culturale e politica avvenuta tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70. «A Parigi, Washington, Berlino e Londra le persone si ribellavano contro le regole e i valori dominanti, ma anche la Svizzera non è sfuggita a questo movimento sociale», scrive il Museo di storia sul proprio sito web. E ricorda le sommosse davanti al Globus di Zurigo, le proteste antimilitariste a Ginevra o le grandi manifestazioni a Berna in cui le donne rivendicavano il diritto di voto e di eleggibilità, mentre i pacifisti protestavano contro la guerra in Vietnam.

Insomma anche la tranquilla Svizzera viene travolta dall’ondata contestataria che spinge al largo valori morali di altri tempi, ristrettezza di spirito e relazioni sociali ingessate. I sessantottini e le sessantottine chiedono anche maggiore apertura e giustizia sociale, ricorrendo a diverse forme di contestazione e resistenza.

La coloratissima mostra – una vera botta di energia scintillante – illustra in modo molto chiaro e coerente che il 1968 è molto di più di una semplice data. È il simbolo di uno sconvolgimento sociale e culturale tra il 1960 e il 1970, che ha lasciato tracce profonde nella vita quotidiana, nella cultura e nella politica. A distanza di cinquant’anni, l’esposizione dà voce a sedici testimoni e protagonisti del movimento sociale che raccontano il “loro” 1968, invitando a riflettere con sguardo critico sulle azioni e i risultati ottenuti.

Alla fine dell’esposizione ai visitatori e alle visitatrici viene chiesto un parere: non c’è più nulla da cambiare? E se ci sono cose da cambiare, per quale cause siete pronti a scendere in piazza cinquant’anni dopo?

Per saperne di più:

http://www.bhm.ch/fr/fr/1968/

crediti fotografici: © Bernisches Historisches Museum, Berne. Photo : Christine Moor

 

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