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Triennale

Mostra sui migranti a Milano, curata da un gigante delle arti visive


  


Dal nostro corrispondente a Milano, Michele Novaga


 

Parlare di profughi, sbarchi, migrazioni e conflitti e riuscendo a catturare l’attenzione dei visitatori con una narrazione senza retorica. E’ questa la sensazione che abbiamo provato vedendo “La Terra Inquieta” la mostra appena inaugurata alla Triennale di Milano e curata dal critico d’arte di fama mondiale Massimiliano Gioni, già direttore del settore Arti Visive della 55.ma Esposizione Internazionale d’Arte alla Biennale di Venezia e del Museo di arte contemporanea di New York e direttore artistico della Fondazione Trussardi di Milano. E che sia un’esposizione molto interessante lo si capisce sin dall’inizio. Una fila di dieci bandiere (quelle degli stati fondatori della UE) posizionate alla stessa altezza e alla stessa distanza l’una dall’altra introduce alla mostra. Non bandiere con i colori degli Stati, ma drappi infangati realizzati dall’artista bulgaro Pravdoliub Ivanov (uno dei sessanta artisti provenienti da molti paesi del mondo che animano questa esposizione) quasi ad indicare che tutti questi stati sono ugualmente responsabili di fronte ad un fenomeno come quello delle migrazioni. Di fronte due quadri dell’artista svizzero Thomas Hirschhorn che in queste opere sovrappone come collage rovine moderne a macerie di colonnati di città greche e romane a testimoniare che le guerre hanno sempre flagellato il mondo: da quelle puniche fino al conflitto in Siria. Poi si giunge ad una vecchia Panda bianca stracolma di oggetti, opera del siriano Manaf Albouni: quelli che in un conflitto un rifugiato si porta dietro – quando ci riesce – al momento di abbandonare la sua casa.    

Ma al di là degli oggetti molto simbolici e di grande impatto come, primi fra tutti, una vetrinetta di effetti personali ritrovati addosso ai cadaveri dei 368 migranti morti al largo di Lampedusa il 3 ottobre 2013 e due opere poste al primo piano (un’installazione, Mar Morto di Kader Attia, realizzata in situ con vestiti appoggiati sul pavimenti che ricordano una spiaggia dopo uno sbarco o dopo un naufragio e l’altra, Hope, è un vero e proprio barcone di legno simile a quelli che quotidianamente vengono usati in tutto il mondo da chi vuole scappare “clandestinamente” da una realtà di morte e distruzione verso altri luoghi opera di Adel Abdessemer che mette dei sacchi neri al posto degli uomini) sono molte le immagini e i suoni che la mostra offre. Dai video del collettivo siriano Abounaddara in cui bimbi già navigati da vicissitudini più grandi di loro raccontano con naturalezza davanti alla telecamera che la loro scuola è crollata e non ci possono più andare e che al loro compagno di classe hanno mozzato la testa, alle fotografie dei vincitori del premio Pulitzer 2016 per la sezione Breaking News Photography, alle copertine della Domenica del Corriere che ricordano che a giocare il ruolo di migranti una volta eravamo noi europei. Fino alle immancabili immagini dei profughi del Kosovo, forse il primo conflitto ed il primo esodo di un popolo documentato in lungo e in largo dai media di tutto il mondo che ha portato alla luce il dramma dei rifugiati e di chi scappa da una guerra.

Una mostra in cui tutti i punti di vista degli autori convergono con lo scopo di restituire voce e dignità e in cui protagonista non è la cronaca narrata dai media su giornali e TV che finisce per diventare (triste) routine, ma l’artista e il suo ruolo. Per essere più chiari meno giornalismo e narrazione e più letteratura, arte, immedesimazione e denuncia che rendono il reportage più sentimentale, vivo e anche necessario. O, come scrive lo stesso Massimiliano Gioni, “La Terra Inquieta mescolando biografie individuali e collettive, si concentra sul ruolo dell’artista come testimone di eventi storici e drammatici e sulle capacità dell’arte di affrontare cambiamenti politici e sociali. E’ precisamente in questo scontro tra narrazioni discordanti che l’opera di molti artisti cerca di inserire un coefficiente di dubbio e di critica al linguaggio dei mezzi di comunicazione di massa, rivelando una rinnovata fiducia nelle responsabilità dell’arte di raccontare e trasformare il mondo: non solo immagini di conflitti ma anche immagini come terreno di incontro, scontro e scambio di punti di vista”. Anche la chiusura della mostra è in grande stile: un filmato proiettato su un enorme schermo e girato dall’elicottero da Steve McQueen, riprende da vicino e da ogni angolazione la Statua della Libertà che ognuno interpreta come preferisce ma che lascia nel visitatore il messaggio che la sintesi della vita di ognuno di noi è la possibilità di vivere da persone libere.

 

Scheda:

La Terra Inquieta è una mostra ideata e curata da Massimiliano Gioni, promossa da Fondazione Nicola Trussardi e Fondazione Triennale di Milano, parte del programma del Settore Arti Visive della Triennale diretto da Edoardo Bonaspetti.

Fino al 20 agosto presso il Palazzo de la Triennale di Milano, da martedì a domenica 10.30/20.30, ingresso 8 euro.

In esposizione opere di più di sessanta artisti provenienti da oltre quaranta paesi del mondo.

Disponibile un catalogo bilingue, italiano e inglese, a cura di Massimiliano Gioni, pubblicato da Electa, con saggi e testi critici di Massimiliano Gioni, Tania Bruguera, Alessandro Dal Lago, T.J. Demos, Giusi Nicolini.

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