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Libano Zanolari. Il cronista e il campo.

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“El Gato Diaz rimase tutta la sera senza parlare, gettando all’indietro i capelli bianchi e duri finché, dopo mangiato, si infilo’ lo stuzzicadenti in bocca e disse: <Constante li tira a destra>  <Sempre>, disse il presidente della squadra. <Ma lui sa che io so> <Allora siamo fottuti> <Si’, ma io so che lui sa> <Allora buttati subito a sinistra!>, disse uno di quelli che erano seduti a tavola. <No, lui sa che io so che lui sa>, disse El Gato Diaz, e si alzo’ per andare a dormire”.

Un passaggio da ‘Futbol’, di Osvaldo Soriano, straordinario racconto sul calcio, “il libro parla dei goal che uno si perde nella vita”, autore che ci aveva appassionato con ‘Triste, solitario y final’, porta a un mondo ormai perso e tuttavia sempre presente nelle immagini della memoria, nelle descrizioni ironiche, spiazzanti dei protagonisti. Uomini alla ricerca di se stessi in un’epopea tragicomica dove incontriamo il portiere senza mani, le scarpe rotte, la fantasia e la speranza. Il gioco non imitava la vita, ma la vita prendeva spunto dal calcio perché là, in quel campo a volte spelacchiato e pieno di buche si partecipava a  una rappresentazione corale dell’esistenza, una sorta di rovesciamento di ruoli e posizioni.

Capitava che gli ultimi potessero primeggiare per un’ora, che accanto a gesti e azioni fatti di creatività, mosse, scambi veloci  uno – due, le classi sociali fossero meno lontane e il gioco di per sé, diversamente dal tennis e altri sport, costituiva un agglomerato urbano dove le case popolari sfioravano quelle del ceto medio. Le occupavano. Apprendere a stare insieme, litigare, tornare come prima; una pacca sulla spalla e via.  Le voci che da bambino sentivo uscire  dal televisore nel grande salone di Milano, un  po’ di Carosio, poi Martellini, fino a Pizzul, erano narrazione che dava il senso di un viaggio inesauribile:  a Luino, venne la stagione della TSI, le voci altrettanto evocative di Giuseppe Albertini, Tiziano Colotti, Luigi Morandi, Ezio Guidi. Quella di Libano Zanolari. Per noi, era la conoscenza del Grassoppher, le cavallette, del grande Lugano, quello di Prosperi e Luttrop, del Basilea di Odermatt.

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Le partite al sabato, senza piu’ confini. Incontro Libano Zanolari all’Osteria di Chiasso, ‘L’Uliatt’, feconda idea di Mario Ferrari, per parlare del suo esordio poetico nei ‘Quaderni grigionitaliani, 3 – 2014’, nove testi ben introdotti da Eros Bellinelli, grazie anche al lavoro editoriale di Paolo Parachini, che si muovono nel passato dell’autore con sguardo partecipe, ricco di dettagli. Il colloquio sul  lavoro poetico si sposta sulle sue esperienze umane e professionali, le origini, lo sport. Spesso a Zalende, coltivatore di prodotti biologici, “la madre-terra, 600 metri quadrati di campo, 35 piante da frutta coltivate secondo il calendario Steiner”, dove con i giovani parla di una sua attività, “la preparazione di marmellate insolite” e di un “ragu’ con una trentina di specie di funghi che mia moglie non gradisce perché contiene quattro amanite. La sublime Cesarea, (l’ovulo), la Vaginata, la Rubescens e la Fulva”.

Allora partiamo da li’; dall’inizio. “ Sono cresciuto a Zalende, frazione del comune di Brusio nella Bassa Val Poschiavo, a pochi passi dal confine con l’Italia. Mia madre, come moltissime altre, era valtellinese. Sessant’anni fa, il Bernina, ora patrimonio dell’Unesco con il suo trenino rosso, rappresentava una frontiera geografica e culturale. Le ragazze valtellinesi parlavano lo stesso dialetto, erano di origine contadina, abituate a una vita dura”.

Suo papà? “Era operaio edile, destinato agli studi per il suo rendimento scolastico: in seguito alla perdita prematura del padre a 15 anni ha dovuto lasciare la scuola per fare il ‘bocia’, l’apprendista, quindi portare il secchiello della malta, come si diceva allora”.

Una vita dura. “Nei mesi di novembre e dicembre l’impresa chiudeva per il gelo. Si mangiava solo grazie alla ‘mazza’, la macellazione del maiale. La nonna, una Quadrio pure lei valtellinese, ha dovuto vendere un monte per mantenere sette figli”.

Le amicizie? ”Sono arrivate tardi, sui 10 anni, grazie allo sport che prima non potevo praticare per una forma grave di gastroenterite; sono stato salvato da un luminare poschiavino, il dottor Franconi, direttore del Kinderspital di Zurigo, pioniere della medicina infantile. Guarito, ho fatto grandi progressi; mi sono preso una rivincita giocando a calcio e organizzando dei Giochi Olimpici rudimentali. Il peso era un ciottolo del fiume, vagamente sferico, il giavellotto un palo di nocciolo usato per i fagioli rampicanti, l’asta un ramo di frassino con il quale, in precario equilibrio, il papà scuoteva i rami di un gigantesco noce”.

La fantasia. “Certo. Si praticava di tutto saltando fossi piu’ in lungo che in alto, nessun  problema. Bastava poco, come le gare di corsa”. Le piacevano? “Ero affascinato dalla forza centrifuga che studiavo grazie alla curva sopraelevata di un prato: girava in senso orario. Quando, alle Olimpiadi di Roma del 1960 ho scoperto che si correva in senso antiorario, da destra a sinistra, mi è crollato un mondo”.

Il disincanto. “Non avrei mai vinto le Olimpiadi, che seguivo in un bar valtellinese bevendo una sola aranciata a seduta: di piu’ non si poteva, ma la padrona lo sapeva e non mi cacciava. Mi piaceva anche lo sci ma ho fatto solo i corsi obbligatori, costava troppo, ero vestito male, venivo deriso. Ancora oggi, mi pento di aver rimproverato la mamma per non vestirmi meglio. Non poteva”.

I primi interessi? “Grazie ai figli di papà ho avuto presto lezioni pratiche di politica e sociologia; nel 1972, ero a Monaco di Baviera e le Olimpiadi le commentavo per la TSI dov’ero arrivato nel 1967 come stagista per fare una trasmissioni sulle valli Grigionitaliane.  Caporedattore al ‘Regionale’ era Romeo Zali, mi ha insegnato molto: se capita, diro’ personalmente al famoso figlio che suo papà, dai pascoli del Cielo, ogni domenica di certo non starà leggendo il giornale del suo partito”.

Gli studi? “Ho solo un diploma alla Cantonale di Coira; dovevo lavorare due anni per poter andare avanti, maturità e università. Le cose andarono in altro modo e visto che dopo quarant’anni  vengono svelati persino i peggiori segreti di stato, ecco come è andata. Il professor Riccardo Tognina, di sua iniziativa e senz’avviso decise di mandare al concorso delle ‘Giornate europee delle scuole’, patrocinate dall’Unesco, un tema di classe sui giovani e il futuro dell’Europa: era il mio”.

Come va? “Risulto primo dei Grigioni, quinto su dieci in Svizzera, mi danno un viaggio premio in compagnia di duecento giovani europei. Divisi in gruppi di venti, dopo cinque giorni passati a Bruxelles, Bruges e Ostenda, mi tocca la Bretagna. Seguo a Quimper, la famosa finale del 1966 fra Inghilterra e Germania, arbitrata da Dienst ”.

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Owens.

Dalla cronaca allo sport. “Nel fine settimana davo una mano al servizio sportivo che mi propose di commentare l’atletica alle Olimpiadi del 1972, per questo mi è stato proposto di passare allo sport, cosa che non ha reso felice i miei promoter grigionesi. Credo mi abbiano tolto l’ostracismo dopo molti anni, invitandomi a scrivere qualcosa sui Giochi Olimpici del 2004.”.

Gli inizi? “Difficili. Il mestiere allora bisognava rubarlo: devo molto al grande Giuseppe Albertini di cui sono stato spalla nell’atletica e nello sci. Con me, è stato un signore: disperato per avere la postazione a quattro metri dalla tribuna dei grandi del passato e poter scambiare solo poche parole con Jesse Owens e Wilma Rudolph, sono andato allo Swiss Mercantile College di Londra, per perfezionare l’inglese. Al ritorno, per sei anni coordino la politica contrattuale del Sindacato dei mass media per la Svizzera Italiana. Ho iniziato a commentare lo sci e il calcio, oltre che a lavorare in redazione”.

Le amicizie? “Con Luigi Morandi e per ragioni di lingua frequentavo un gruppo di colleghi italiani di belle speranze, già abbastanza famosi. La TSI era molto stimata, mi fu facile entrare al di là dei meriti nel giro degli invitati speciali destinati a far carriera: Trifari, Merlo, Beha”.

Cosa pensa delle telecronache, oggi? “Sono cambiate, i maestri non avevano la spalla, un commentatore tecnico e soprattutto restavano sull’evento che ora sembra diventato secondario rispetto a una miriade di altre notizie, una ripulsa a commentare in diretta cio’ che accade. La parola rivelatrice è, ‘nel frattempo’ … poi, la deregulation dal congiuntivo alla pronuncia dei nomi”.

Esempi? “Il nazionale tedesco Lahm, muta sovente in Lamm, che significa agnello; non va meglio al suo collega Kroos che diventa ‘Cross’, croce in inglese, traversone in gergo calcistico”.

La poesia? “Sono i primi passi in materia e devo ringraziare Eros Bellinelli per la sua attenzione”. Girando il mondo, Zanolari ha visitato città, musei, teatri: è contento, quando ne parla.

 

Massimo Daviddi –

 

 

 

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