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L’ottico di Lampedusa e le lenti dell’umanità

L’altro sguardo sui migranti e su di noi: 190 pagine che tolgono il respiro

di Françoise Gehring


 

Come non parlare di loro, i migranti e le migranti che con l’arrivo dell’estate busseranno di nuovo alle nostre porte. Con indicibili sofferenze, tanti progetti, grandi illusioni e poche speranze. Come non parlarvi di un libro, “L’ottico di Lampedusa” che, come il documentario di Giangranco Rosi“Fuocoammare” (Orso d’oro per il miglior film al Festival di Berlino nel 2016), ci porta a Lampedusa, l’isola degli sbarchi e dell’accoglienza ma anche l’isola dei lutti, dei miraggi e dei sogni infranti.

Due rappresentazioni intense, forti, uniche che narrano la tragedia senza fine dei migranti e delle migranti. La prima cinematografica, firmata come detto dal regista italiano Gianfranco Rosi; la seconda letteraria, firmata da Emma-Jane Kirby. Ed è di questa che scrivo, senza prima sottolineare che in entrambe le opere lo sguardo, l’occhio e le lenti  rivestono una trascendente importanza. Nel primo caso è la visita oculistica di un bambino a indicarci in qualche modo la via (il ragazzino è costretto a indossare una benda sull’occhio “buono” per esercitare la sua vista difettosa e non farsi vincere dalla naturale tentazione di chiudere il lato visivo debole). Nel secondo caso è il percorso dell’ottico Carmine a prenderci per mano. Sia la pellicola, sia il libro, ci invitano prima di tutto a guardare con gli occhi dell’umanità un’immane tragedia per poi a mettere a fuoco le nostre responsabilità.

Ne “L’ottico di Lampedusa” (edizioni Salani, Milano, 2017) – 190 pagine che tolgono il respiro – la reporter di guerra inglese Emma-Jane Kirby sviluppa, a partire da una testimonianza concreta, ciò che avviene sull’isola di Lampedusa. Tesse un racconto intenso e profondo grazie a Carmine Menna, l’ottico che ha vissuto in prima persona un salvataggio in mare. Riservato, prudente, parsimonioso, disciplinato, l’ottico è un napoletano, lavoratore indefesso, lontanissimo da ogni cliché. Assecondando una profonda passione per il mare («al mare era davvero grato», «nuotare in autunno era come rinascere», il mare «ti faceva vedere le cose con più chiarezza, forse in modo più positivo»), aveva deciso di prendersi un paio di giorni di vacanza, e fare una tranquilla gita in barca con famigliari e amici a bordo del “Galata”.

Carmine Menna, dunque, era a bordo dell’imbarcazione “Galata” insieme a sette amici il 3 ottobre del 2013.  In quella notte maledetta morirono in mare 368 migranti, una ventina non furono mai ritrovati, 155 furono salvati. Il peschereccio sul quale viaggiavano – stipati – donne e uomini, si rovesciò a poche miglia da Lampedusa, a causa di un incendio sviluppatosi a bordo. Per ricordare quella tragedia è nato il Comitato Tre Ottobre. E il 3 ottobre è stato poi decretato dal Parlamento italiano Giornata della memoria e dell’accoglienza. Grazie a Emma-Jane Kirby la storia di Carmine Menna è diventata un libro: “L’ottico di Lampedusa”. Che afferma: «Non sono un eroe, chiunque lo avrebbe fatto».

Il racconto di questa esperienza di salvataggio disperato, 47 salvati e centinaia di sommersi, segna indelebilmente la vita dell’equipaggio del “Galata”.  Carmine e i sette amici sono i primi soccorritori di uno dei più gravi naufragi del Mediterraneo di cui si ha testimonianza. «Eravamo solo noi, ci siamo spostati di circa 300 metri per andare incontro a quelle persone, ne abbiamo tirati 47 su una barca che potrebbe portarne al massimo dieci, il livello di galleggiamento era bassissimo».  L’autrice descrive questi momenti con efficacia e sensibilità, tendendo un ritmo incalzante. Senza respiro, vado avanti pagina dopo pagina. Non mi fermo. Non mi posso fermare.

«Quando ci siamo resi conto di quanto era successo – racconta Carmine – uno dei miei amici ha chiamato i soccorsi. Poi abbiamo cominciato a tirarli su, dovevamo spostarci con la barca perché si trovavano sparsi in acqua, erano rimasti lì al buio per ore. Erano esausti, dovevamo stare attenti a non ferirli con le eliche, uno è finito sotto la barca e un mio amico si è buttato in mare riuscendo a salvarlo».

Ad ogni pagina un’emozione, un soffocato grido di ribellione ma anche un sentimento di profonda gratitudine per Carmine e i suoi amici che non hanno esitato un solo istante a mettere in gioco le loro vite. Il libro, che ho sottolineato a matita senza sosta, ti trascina nei flutti di riflessioni profonde, nelle mareggiate delle nostre responsabilità per farci spalancare gli occhi su una realtà che molti non vogliono vedere o che guardano attraverso le lenti deformanti di ideologie xenofobe e sommarie. La sola lente possibile è quella dell’umanità che ti spinge a entrare in contatto con gli altri, ad accettare il confronto. Una lezione sempre più necessaria.

Il prologo de “L’ottico di Lampedusa” tocca a Carmine Menna.  È un pugno nello stomaco e al tempo stesso un grido dell’anima, un sussulto del cuore, un richiamo alla coscienza individuale e collettiva. Dice tutto.

«Stento a trovare il modo per raccontarvi ciò che vidi quando la nostra barca si avvicinò all’origine di quel tremendo strepito. E non so nemmeno se lo voglio fare. Non capireste, non essendo stati lì. Non potete capire. Vedete, ero convinto di aver sentito stridere dei gabbiani. Gabbiani che si contendevano una pesca fortunata. Uccelli. Semplici uccelli.

In fin dei conti eravamo in mare aperto. Non poteva essere altro.

Non avevo mai visto tanta gente in acqua. Braccia e gambe che si agitavano convulsamente, pugni sferrati, volti neri che balenavano ora in superficie ora sott’acqua. Boccheggiando, urlando, ansando, strillando. Dio mio, quelle grida. Quanto erano acute! Il mare che fremeva e ribolliva e loro che tiravano calci e pugni, si aggrappavano l’uno all’altro, si attaccavano a pezzi di legno, annaspavano nell’acqua per non farsi inghiottire dalle onde. In preda a una disperata frenesia strillavano verso di noi, perché notassimo la loro piccola barca. Erano dappertutto: ovunque mi voltassi ne vedevo un altro, centinaia d’altri che cadevano in acqua tossendo, con un braccio teso a menar colpi con la mano, a implorare. E mia moglie che singhiozzava chiamandomi, singhiozzava mentre l’elica del motore si faceva strada faticosamente in mezzo ai corpi.

Stavano annegando, tutti quanti. Pensai: ‘Come posso salvare tutta questa gente?’

Sento ancora le dita della prima mano che afferrai. Il modo in cui si incollarono alle mie, l’attrito delle ossa, la stretta così energica da far palpitare le vene del polso. Quanto era energica quella presa! La mia mano in quella di un estraneo, un legame più forte e intimo di un cordone ombelicale. E tutto il mio corpo che tremava per la forza di quella stretta, mentre trascinavo su quel torso nudo liberandolo dai flutti.

Sono troppi. Sono troppi e non so come fare. Sono un oculista, non un bagnino. Sono un oculista in vacanza e non so come si fa. Lancio il salvagente ma ci sono persone sparse come macerie in un raggio di cinquecento metri e stanno tutte supplicando noi. Mi sporgo sul gradino di poppa infinite volte, ma sono tante le mani che balzano fuori dalle onde, le mani che agguantano l’aria. Con le dita intreccio altre dita e tiro verso me. Stiamo andando a picco? La barca è così bassa, adesso. C’è uno che mi grida qualcosa, ma non ho modo di fermarmi e dargli retta.

Troppe mani. Lo spazio di coperta è gremito di corpi neri che vomitano e defecano uno sull’altro. Sento che la barca protesta sotto il loro peso, la sento rollare, sta per rovesciarsi. Mi rendo conto che è fuori controllo.

Laggiù! Un’altra mano! Non avrei mai voluto raccontarvi questa storia. Mi ero ripromesso di non raccontarla più, perché non è una favola. Erano davvero troppi. Volevo tornare a prenderli. Volevo tornare ad aiutarli.

Capite cosa cerco di dirvi? Forse non vi è possibile, perché non eravate su quella barca. Ma io c’ero e li ho visti. Li vedo ancora. Perché sta ancora accadendo».

 

L’ottico di Lampedusa

Sinossi:

Carmine di mestiere fa l’ottico, ha cinquant’anni, e ha scelto di vivere nella meravigliosa isola di Lampedusa, incastonata nel Mediterraneo, per la sua pace, per il mare bellissimo, blu cobalto, in cui nuotano i delfini. Carmine potrebbe essere ognuno di noi: ha la sua vita, si preoccupa del futuro dei figli ormai grandi, si tiene in forma facendo jogging, ha un’attività ormai avviata, degli amici, insomma una vita tranquilla e solida nella calma di questa terra tra la Sicilia e l’Africa. Sì, certo, anche qui qualcosa è cambiato, i turisti, i resti dei barconi abbandonati, i sacchetti di plastica che svolazzano, quei gruppetti di africani che vede per le strade dell’isola, autobus che ormai quasi ogni giorno escono dal porto stipati di migranti appena sbarcati, e poi tv e giornali traboccano di notizie di naufragi. Meglio non pensarci. Ma quel 3 ottobre del 2013 Carmine esce in barca con i suoi amici, a pescare e godersi il mare d’autunno, e all’improvviso si ritrova calato in quella realtà sino ad allora così lontana. In otto, con un solo salvagente recuperano quarantasette naufraghi, e la loro vita e quella dei salvati non sarà mai più la stessa. Tutti gli altri sono morti. Questo romanzo non è solo il racconto intenso e indimenticabile del risveglio di una coscienza, ma anche una testimonianza toccante che riesce a evitare la retorica e l’invettiva riportando il problema dei migranti, senza banalizzarlo, alle sue dimensioni umanitarie, e che chiarisce la situazione di una crisi tuttora in corso, culminata in una delle più imponenti migrazioni di massa della storia dell’umanità.

Una frase sembra riassumere l’intero volume in uscita ad inizio marzo: “Non sono un eroe. Ho fallito. Noi, l’Italia, l’Europa”.

Per saperne di più:

www.salani.it

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