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Migranti a Milano – #20maggiosenzamuri

Intervista a Pierfrancesco Majorino, assessore al Welfare del Comune di Milano

 


Dal nostro corrispondente a Milano, Michele Novaga


 

Si chiama #20maggiosenzamuri ed è la marcia con la quale Milano, sul modello di quella svoltasi a Barcellona lo scorso 18 febbraio, vuole confermare la sua volontà di accogliere i migranti. Una manifestazione alla quale hanno aderito già oltre 300 associazioni di tutta Italia e che si annuncia molto partecipata anche grazie all’adesione dichiarata di personalità del mondo politico, culturale e sociale. E che è stata promossa e fortemente voluta dall’assessore al Welfare del Comune di Milano Pierfrancesco Majorino, da sempre in prima fila su questa tematica.

 

Assessore perché una marcia pro immigrazione e contro i muri?

Perché credo che si debba alzare la mobilitazione per ribadire la verità. Siamo di fronte alla distorsione della realtà e al fatto che c’è una pericolosa fuga da quel accade nel reale quando si parla di immigrazione e si costruisce nel migrante appositamente il nemico per scaricare su di esso le ansie della società. E questo è fomentato da movimenti che scommettono in tutto il mondo su questo capitale del rancore da far crescere, sviluppare, fomentare. In un quadro di questo tipo la marcia dice basta, fermiamoci! Dobbiamo far vincere la logica, la politica, la cultura della speranza di fronte a quella della paura. E poi c’è una richiesta di cambiamenti più decisi a livello nazionale.

 

Da qualche tempo Milano è diventato un hub per chi scappa da guerre e povertà. Negli ultimi tre anni e mezzo alla Stazione Centrale sono state accolte decine di migliaia di profughi e migranti gestendo con abilità, grazie al coinvolgimento di tutto il Terzo Settore, una vera e propria emergenza.

Siamo riusciti a mettere in campo le tante energie solidali di una città che ha accolto 124mila profughi transitanti dando loro un tetto. E lo ha fatto con grande spirito di cooperazione tra istituzioni, enti, associazioni, Comune, Caritas, le organizzazioni del terzo settore, la Curia. Un ricco arcipelago che scommette sull’accoglienza per due ragioni: intanto perché è una scelta di carattere umanitario e non un favore che si fa a qualcuno. E’ una scelta che deriva da un diritto ad essere accolti, da un dovere ad accogliere e poi, in secondo luogo, perché accogliere e integrare conviene. Tutti quelli che contrappongono accoglienza e sicurezza non dicono la verità perché sanno benissimo che una città ed una società sono più sicure se sanno accogliere bene. Se si permette che le persone siano lasciate a sé stesse e magari nelle maglie della criminalità organizzata, può aumentare l’insicurezza dei cittadini. 

 

 

Da quando lei ricopre il ruolo di responsabile del Welfare c’è stato un cambio epocale nella gestione del sociale a Milano: quali progetti avete realizzato?

Abbiamo scommesso molto su un punto che la dimensione pubblica e il ruolo delle istituzioni non potessero lasciare fare da sola alle organizzazioni del privato sociale tradizionalmente molto forte nella nostra città, ma dovesse affiancarla accompagnarla, sostenerla. Grazie a questo abbiamo più che raddoppiato i posti per i senza tetto nei dormitori durante l’inverno, abbiamo accolto i profughi e siamo impegnati ad intervenire sulla grave emarginazione con una squadra comune tra pubblico e privato. Dico questo sapendo che esistono problemi e difficoltà: non abbiamo la bacchetta magica ma non siamo nemmeno quelli che non vedono che ci sono tante persone senza dimora nella nostra città. Pensiamo che innanzitutto il Comune di Milano e il terzo settore siano impegnati in una mobilitazione quotidiana.

 

Non solo progetti di assistenza e accoglienza ma anche di inserimento.

Sì anche inserimento lavorativo dei soggetti fragili non solo migranti. Anche disoccupati milanesi storici: avviamo 1200/1300 progetti di inserimento lavorativo di altrettanti soggetti fragili all’anno attraverso il  nostro centro di lavoro, questione essenziale dei processi di integrazione

 

Lei ha criticato molto l’operazione di polizia di qualche tempo fa alla Stazione Centrale di Milano: come dovrebbe essere trattata la questione dell’immigrazione a livello nazionale? C’è una “ricetta”?

L’operazione non mi aveva convinto ma ci siamo lasciati alle spalle quella dinamica e c’è una volontà di cooperazione tra le istituzioni su scala locale. Per quanto riguarda le politiche nazionali non ci siamo proprio. I governi di questi anni anche quelli di centro-sinistra hanno giocato su due cose: il meritorio impegno dell’Italia complessivamente nel Mediterraneo e le colpe dell’Europa. L’enorme anello debole della catena è l’accoglienza in Italia. Se a volte spuntano episodi di corruzione è anche, non solo perché ci sono dei farabutti, ma pure perché c’è un sistema che non ha premiato la qualità e l’assistenza diffusa ma è stato molto all’inseguimento quotidiano dell’emergenza. Serve una struttura di coordinamento che non esiste a livello nazionale per la gestione dei processi di integrazione e serve molto più sostegno ai percorsi di apprendimento della lingua, della formazione, dell’inserimento lavorativo. Tutte cose che non vedo e devo dire che i recenti decreti del governo non sono un buon contributo in questa direzione perché ripropongono errori di impostazione. Come l’aver tolto un terzo grado di giudizio per i profughi, un accanimento sbagliato sul piano giudiziario.

 

Le ong che salvano i migranti nel mare Mediterraneo sono state bersagliate da varie parti: lei cosa pensa?

Credo che ci sia una odiosa opera di criminalizzazione della solidarietà. Singoli episodi che pure magari ci sono stati non possono rimuovere la straordinaria operazione umanitaria di soggetti che suppliscono all’assenza delle istituzioni o alle contraddittorie politiche che si sviluppano su scala internazionale. Faccio sommessamente notare che se non ci fossero le organizzazioni umanitarie avremmo ancora più morti nel Mediterraneo.

 

La Ue dovrebbe rivedere la sua politica di accoglienza? In che modo?

Dovrebbe far saltare gli accordi di Dublino che inchiodano il richiedente asilo al paese di arrivo e dovrebbe sviluppare molto di più processi cooperativi. Il governo italiano, da par suo, non dovrebbe usare l’Europa come un alibi.

 

La Svizzera (e soprattutto il Canton Ticino) ha manifestato spesso le sue perplessità e le sue paure che molti dei migranti che transitano in Italia poi si riversino oltreconfine: è un comportamento giustificato? Nell’ultimo anno tra le decine di migliaia di migranti respinti ci sono anche quasi 10.000 minori ultradodicenni…

Sul comportamento delle espulsioni dico solo che mi vanto di aver aiutato dal punto di vista umanitario quei profughi che poi magari hanno tentato di andare in Svizzera. Non è una cosa che mi provoca imbarazzo. Credo invece che si debba imbarazzare chi ha fatto prevalere la paura invece di politiche che mettono al centro il diritto all’accoglienza umanitaria.

 

Cosa si aspetta da questa manifestazione?

Credo che sarà una cosa molto bella, festosa e penso che sia la prima volta che uno schieramento di questo tipo che vede insieme organizzazioni del terzo settore, soggetti internazionali tipo Unicef, sindaci, movimenti si ritrova per dire che bisogna far vincere la politica della speranza.

 

Lei per questa iniziativa (ma anche per altre sue iniziative a favore dei più deboli in passato) ha ricevuto delle minacce di morte: ha paura?

Assolutamente no!

 

 

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