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Sotto le macerie della “No Billag”

di Françoise Gehring

 

Anche l’informazione è un servizio pubblico e il servizio pubblico, per sua stessa missione, deve essere accessibile e fruito da tutti e alle stesse condizioni. Il ruolo del servizio pubblico nell’informazione è di dare la parola al maggior numero di opinioni e sensibilità ideologiche attraverso un’informazione il più possibile completa, oggettiva, imparziale ed equilibrata nelle sue diverse forme di espressione e in base ai criteri del pluralismo. Pluralismo che rappresenta un valore forte per la democrazia, tanto più in Svizzera, un paese caratterizzato da diversi pluralismi, a cominciare da quelli linguistici e culturali. La SSR è indubbiamente parte della storia e della cultura del nostro Paese. E la cultura deve molto alla SSR, che la divulga e la produce prestando sempre la massima attenzione a promuovere la cultura nazionale e i valori propri di questa cultura nelle sue diverse declinazioni.

Strumento di coesione e integrazione nazionale, la radiotelevisione pubblica riveste un ruolo importante per la nostra plurale identità nazionale. L’identità nazionale, pur forte che sia nella sua essenza patriottica, non è un blocco di granito immobile e inscalfibile. L’identità non è immutabile, ma si trasforma con la crescita e i cambiamenti sociali che l’arricchiscono. Molte trasmissioni televisive e radiofoniche parlano di noi, di come eravamo e di come siamo cambiati interagendo con noi, con gli altri, con il mondo che ci circonda. Perché noi siamo parte viva di questo mondo, in cui viviamo, lavoriamo e speriamo.

Curare e divulgare un’informazione garantendo la necessaria indipendenza, dare visibilità pubblica alle diverse espressioni e tendenze sociali, culturali e politiche presenti nella società, non solo favorisce la formazione consapevole dei cittadini e delle cittadine, ma favorisce anche la manifestazione dell’opinione pubblica. Ed è un valore importantissimo e direi quasi rivoluzionario nell’era delle “fake news” e della post-verità. Sì, perché oggi sempre più spesso molti vogliono sentirsi dire ciò che desiderano, vogliono solo conferme sulla loro visione del mondo, rifuggendo rigorosamente dal confronto e da ogni forma di dialettica. Un pericolo grandissimo che può in parte essere contrastato da un’informazione capillare libera e pubblica, finanziata dall’ente pubblico in base a regole chiare, come per la SSR.

La favola della “mano invisibile del mercato” che autoregola l’economia e il mercato – compreso quello dei media – offrendo a tutti le stesse opportunità, si è rivelata in molte occasioni un autentico imbroglio. La cultura e l’informazione non possono essere totalmente abbandonate alla sfera del mercato, perché dove questo è avvenuto, il risultato non è stato il moltiplicarsi delle voci e il fiorire dell’editoria libera, ma la concentrazione editoriale e la creazione di oligopoli e monopoli che, di fatto, creano fortissime barriere all’entrata di soggetti nuovi che hanno qualcosa di diverso da dire. E ciò che sta accadendo anche in Svizzera. Senza un finanziamento pubblico sulla base di regole chiare, si lascerebbe mano libera ai poteri forti che dispongono di risorse milionarie e che potrebbero pilotare l’informazione senza preoccuparsi del pluralismo e dei conflitti di interesse. Succede già anche questo. Succede anche in Svizzera. 

Nell’era dei social-network, che hanno profondamente cambiato il modo di fruire l’informazione, un’informazione giornalistica di qualità è necessaria come l’aria che respiriamo. Certo la SSR non è perfetta, alcune trasmissioni ci aggradano, altre meno. Alcune proposte ci fanno arrabbiare, altre ci aiutano a crescere e a comprendere il mondo. Ma il punto non è questo, non è la percezione più o meno soggettiva di questo o quel prodotto. Non è la critica – legittima – dell’offerta. Il punto è che l’iniziativa “No Billag” distrugge – radendo letteralmente al suolo – non solo il servizio pubblico garantito dalla SSR, ma riduce anche in macerie un’agenzia di informazione che produce cultura nella sua accezione più ampia. Diceva Antonio Gramsci: “Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri esseri umani”.

 

 

 

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