Ritratti

A volte, capita di passeggiare su una spiaggia quando le persone se ne sono andate ; siamo finalmente soli e accanto a un rinnovato silenzio il mare inizia a diffondere altri suoni, possiamo guardalo, riprendere il cammino, fermarci ancora. Di tutta una giornata, ecco i giochi dei bambini, i castelli e verso la boa, le bracciate di corpi felici rimasti fino alla fine; mentre guardiamo tutto questo, siamo attratti da un mosaico infinito di dita, forme, direzioni, le migliaia di persone che non lasciano un volto ma qualcosa che lo ricorda, le sue tracce.

Quando di una persona cara, lontana per sempre, cerchiamo segni, momenti che ci mancano e che si sono formati in anni d’affetto, amore, relazione, apriamo cassetti, troviamo foto sotto quelle che abbiamo sempre visto, ricostruiamo un volto, i luoghi, lo sentiamo nel presente. Fiorenzo Lafranchi, è mancato a Varsavia il 19 agosto del 1995, all’età di trentotto anni; il prossimo agosto saranno vent’anni dalla sua morte, un tempo che appare lungo abituati come siamo a vivere freneticamente ogni giornata, a misurarla negli istanti e, tuttavia, appena si lascia spazio a chi lo puo’ e vuole ricordare, a chi ne ha tenuto idee, passioni, percorsi e progetti, abbiamo la sensazione che Fiorenzo, Fiore per gli amici, sia pienamente nella vita, quella vita per cui non ha risparmiato forze ed energie.

Qualche cenno biografico, dà l’idea della sua estrema vitalità, degli interessi in campo professionale e artistico. Dopo il ginnasio, diploma di educatore specializzato presso l’Institut d’Etudes  Sociales a Ginevra; collabora con il ‘Centre International de Recherches sur l’Anarchisme’; nel 1982 si dichiara obiettore di coscienza, cosa che gli comporta quattro mesi di detenzione.  Soggiorna in Nicaragua per un programma di cooperazione, collabora alla fondazione di ‘L’altro Ticino’ e del ‘Circolo Carlo Vanza’, lavora come educatore con diverse antenne e foyer, approfondisce il suo interesse per l’arte, soprattutto situazionismo e dadaismo. Conosce e frequenta gli artisti dell’Avanguardia ticinese. In Italia, entra in contatto con Andrea Chersi, traduttore libertario che lavora con case editrici di rilievo e avvicina, diventandone amico, Enrico Baj, mentore della Patafisica, movimento sorto in Francia grazie ad Alfred Jarry e ripreso sul piano letterario da Boris Vian: tema, ‘la scienza delle soluzioni immaginarie’. Intorno al tavolo della sua casa a Bellinzona, Margherita Turewicz Lafranchi, artista affermata, moglie di Fiorenzo dalla cui unione è nato Olek – Dada, apre lentamente e con una certa emozione fogli, documenti, foto, che rappresentano alcuni passaggi significativi nel lavoro pluridecennale del marito.

“L’intento è quello di tornare a parlare di lui, ricordarlo per cio’ che ha fatto, come lo ha interpretato. Mi piace pensare che Fiorenzo possa essere conosciuto dalle nuove generazioni per una testimonianza che oggi diremmo etica, presente in ogni campo dove si profilava: il sociale, l’arte, la parola e la scrittura, un pensiero non chiuso in se stesso ma aperto agli altri, agli ultimi, alla scoperta di autori originali – il periodo editoriale –  o poco conosciuti. Senza mire di profitto”. Una spinta ideale che trovava applicazione. “Sicuramente. Penso al lavoro di strada che anticipava i tempi rispetto a quanto avvenuto, ben articolato in una serie di punti e motivazioni che troviamo nel documento scritto con Theo Baumann; il lavoro con i tossicomani e le persone in difficoltà,  fino alla cura e ricerca per i titoli presenti nel catalogo delle edizioni ‘L’Affranchi’, con la c rovesciata, che prendono spunto dalle ‘Editions de l’Affranchi’, fondate a Bruxelles nel 1913 da Raphael Fraigneux”.

Il carattere? “Era modesto: aveva grande stima per gli artisti, per lui era importante stare con loro, non sulla ribalta. Ricordo il giorno che è stato presentato uno dei suoi libri, tutti hanno parlato di tutto senza neanche menzionarlo; sono uscita dalla sala turbata da questo atteggiamento, ma lui era come un angelo invisibile, uno spirito libero, lontano da un modo di vivere l’arte quale apparenza, un uomo che guardava altrove. Per me, tutto l’operato di Fiorenzo è una poesia, uno sguardo che l’ha accompagnato ovunque”. Il progetto editoriale, racchiude i suoi interessi? “Penso una naturale convergenza.  Gli studi sui movimenti anarchici, gli opuscoli, il lavoro sull’antimilitarismo con il libretto ‘Niente di nuovo sotto il sole’, gli scritti per ‘L’altro Ticino’, tutto questo ha fatto crescere in lui la voglia di pubblicare;  libri, che vedono la luce alla metà degli anni ‘80”.

Vicino a Margherita siede Liliana Fontana, maestra attiva nella scuola dell’infanzia, che ha seguito Fiorenzo nei primi progetti e ne ricorda gli umori, i pensieri .“Riprendo quello che diceva Margherita a proposito degli ideali: pieno di entusiasmo, le sue visioni non sempre erano accolte, ma le portava avanti con tenacia. Quando ha visto la casa a Somazzo, dove poi ha costruito in una stanza il suo piccolo laboratorio e dove ha prodotto tanti libri, è rimasto subito affascinato dalla costruzione; l’ambiente, quello, era per lui terreno fertile dove iniziare il percorso”.

Come si è mosso, all’inizio? “ Era bravissimo nel creare contatti, una rete che gli permettesse di fare un passo dopo l’altro nella ricerca dei testi; bastava una conversazione stimolante con qualcuno, anche soltanto una frase, per mettere in moto una serie di relazioni sorprendenti, considerando i mezzi ridotti. Il carattere, anche un po’ individualista, lo portava a ricercare un suo canale, cosa necessaria per far fronte a una mole di lavoro non indifferente”.  I primi testi? “Sono stati momenti di grande impegno, ma anche molto divertenti, penso al primo libro, ‘Bolo Bolo’, dove si passavano ore a mettere a posto pagine e copertina, a incollare. Lui, autodidatta, doveva seguire  le diverse fasi editoriali; iniziava cosi’ la sua nuova avventura, quell’Atelier SCRIPTO intestato ad Alexander Jacob, con sede a Somazzo”. Margherita, sottolinea “l’importanza dei rapporti con l’Italia” e, a questo proposito, Liliana aggiunge che “Andrea Chersi, aveva abbracciato l’iniziativa, le scelte editoriali, occupandosi della distribuzione dei libri e della loro traduzione nel panorama italiano”.

Guardando il catalogo, viene da dire che erano scelte originali, uniche, nel panorama ticinese. “Testi ricercati – prosegue Liliana – che andavano verso un sovvertimento del pensare comune, legati al movimento del surrealismo, piu’ tardi del dadaismo; il valore aggiunto, cercare degli artisti che illustrassero i libri. Molte,  le persone che operavano nel nostro cantone e acquisivano anche visibilità. Certo, il suo cammino, per difficoltà economiche e per delle incomprensioni, creava in lui momenti di delusione e sconforto”.

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Un catalogo da riscoprire.

Pensando oggi a Fiorenzo Lafranchi, al suo modo di vivere attento ai cambiamenti, sensibile agli aspetti sociali, con un’idea della strada quale luogo di incontro o diversamente, di smarrimento e dimenticanza, sentiamo come il tema della presenza, che è “ il cuore e il polmone del lavoro di strada”, sia determinante in tutta la sua opera. Presenza come esserci, dire, sovvertire il pensiero omologato; agitare le coscienze. Fino a dare vita e corpo alle edizioni, ponte tra arte, autori, scrittori, poesia. Gian Luigi Bellei, aveva scritto di “gemme di autoproduzione e di non subalternità al potere” e ancora, di “un’apertura morale ed intellettuale che superava i confini del territorio”.

E, “il modo veloce” della sua vita, per Dario Villa mostrava il desiderio di “un tempo naturale” per scrivere e dipingere, ricordando che “equilibrio, leggerezza, intensità”, erano tre qualità impresse nella sua persona. Da ‘Bolo Bolo’, il primo, a Oskar Panizza con ‘Dal diario di un cane’; Pino Bertelli ‘Zero in condotta’; Enrico Baj, ‘Che cos’è la Patafisica ?’ ,  il catalogo ‘L’Affranchi’ pulsa per vivacità, sorpresa, esplorazione di territori che portano a ‘esperienze avanguardistiche’. Scriveva Fabrizio Scaravaggi, che il progetto editoriale, “in tredici anni una ventina di volumi”, metteva in risalto “proposte creative”, dentro uno sforzo comunicativo non indifferente. “Quando ho conosciuto Fiorenzo – ci dice Margherita – ho visto in lui un atteggiamento aperto, un po’ fuori dal comune; in particolare teneva dei rapporti di lavoro e amicizia sia in Italia che in Francia.

In Ticino, penso all’avanguardia, ad Harald Szeemann, ai lavori di Franco Beltrametti e di altri artisti, con i quali ha intessuto un dialogo fecondo”. Margherita e Liliana, intorno a un tavolo parlavano di lui, accadeva in una giornata un po’ grigia d’estate.  Conversando, lo vedevamo nelle foto, sotto un quadro a sorridere;  leggevamo il suo percorso, quello di un ‘angelo invisibile’ che torna a parlarci nuovamente.

 

Massimo Daviddi –