In occasione della Giornata internazionale della donna, manifestazione unitaria giovedì 8 marzo a Bellinzona contro ogni forma di violenza e discriminazione, per i diritti delle donne e per una vera parità.
Appuntamento davanti alla Posta alle 18.00

 

di Françoise Gehring

Occhi neri, ferite aperte, volti tumefatti, ossa rotte, bocche cucite dal dolore, lacerazioni silenziose che divorano dall’interno. La violenza sulle donne ha molti volti: uccisioni e stupri sono gli aspetti più drammatici delle violenze dentro e fuori le mura domestiche, nei luoghi di lavoro, per le strade. Le cifre che riguardano le violenze subite dalle donne sono agghiaccianti, soprattutto se riferite alla società civile. La violenza fisica, sessuale, psicologica ed economica è una palese e scandalosa violazione dei diritti umani. La violenza è sofferenza e umiliazione. È una delle prime cause di morte tra le donne nel mondo.

La violenza sulle donne, sul loro corpo, è forse il segno più evidente e preoccupante dell’autoritarismo della nostra società. Le violenze non hanno classe, età, condizione sociale, cultura, nazionalità, religione. Sono perpetrate da uomini molto diversi tra loro ai danni delle donne, principalmente delle loro compagne, mogli ed ex partner, all’interno di una relazione di intimità o familiare. E allora dagli uomini bisogna ripartire. Da tutti gli uomini che vogliano affermare chiaramente e pubblicamente che tra i tanti e diversi modi di essere uomini non è contemplata la violenza. Mai.

Ci sono tuttavia anche forme più sottili di oppressione, come quella che attraverso le immagini veicola stereotipi, pregiudizi, modelli spesso avvilenti di donne svampite e procaci con le calze a rete e buone a nulla. Ci sono altre forme di resistenza che si esprimono in una visibile forma di restaurazione culturale che vuole azzerare le conquiste.

Che il femminismo è una rivoluzione mal digerita, è evidente dalla palese restaurazione culturale espressa a più livelli: la riaffermazione di un modello casalingo retrò, stile «donna angelo del focolare, le mamme imbiancano e i figli crescono»; la diffusione di un modello «donna-bambola-oggetto» penosamente veicolata dalla televisione e legata alla logica del «do ut des» di chi detiene il potere; l’attribuzione alle femministe e alle donne che lottano per le pari opportunità, degli epiteti riscoperti: frigide, dure, scassa balle, ecc. Resistano le donne!

Perché mai come oggi c’è di nuovo bisogno del «vecchio» femminismo emancipazionista. Le donne, Svizzera compresa, a parità di qualifiche guadagnano ancora meno rispetto ai maschi, è la maggioranza politica di questo Paese ne è complice. Le donne nei posti dirigenziali sono mosche bianche; a loro carico quasi esclusivo le faccende domestiche e i compiti di cura. Subiscono più degli uomini la precarietà, vengono fatte fuori dal mondo del lavoro con maggiore facilità. E, come se non bastasse, non possono invecchiare e devono confrontarsi con modelli femminili che le degradano a cerebrolese.

Se è vero che questo scenario mette in rilievo la persistenza di discriminazioni, è altrettanto vero che si sta muovendo qualcosa di molto importante sull’altro fronte, nei territori del pensiero. Lo sviluppo del pensiero della differenza – portato e sostanziato dalla filosofa francese Luce Irigaray – sta cercando di costruire, a partire dalla propria specifica soggettività e insieme con il riconoscimento dell’altro, una nuova etica e una nuova società, profondamente più democratiche.

Alla base dell’ideale femminista vi è la convinzione che i diritti sociali e politici prescindano totalmente dal genere sessuale, il vero spirito del femminismo del ventunesimo secolo non riguarda tanto il confronto con gli uomini, ma la presa di coscienza e la libera realizzazione di sé, indipendente da modelli e condizionamenti esteriori.

Ma il cammino è ancora lungo e la parità si scontra con ostacoli politici già sotto la cupola di Palazzo federale.  La realtà quotidiana ci porta ogni giorno il suo carico di discriminazioni. Proprio l’altro giorno la maggioranza del Consiglio degli Stati, composta da 37 uomini e sole 7 donne, ha rinviato in commissione la proposta della Consigliera federale Simonetta Sommaruga che vuole introdurre controlli salariali nelle aziende con più di 50 dipendenti. L’obiettivo è di ottenere le informazioni direttamente dalle aziende, misurare con precisione l’ampiezza della disparità salariale in seno alle imprese per combattere concretamente e su dati oggettivi le discriminazioni salariali. Una misura concreta e fattibile, tuttavia già edulcorata dopo la procedura di consultazione perché la maggioranza delle forze economiche e politiche di questo Paese non ne vogliono sapere di sanzioni efficaci. Come invece ha fatto coraggiosamente l’Islanda, che ha deciso di sancire a livello giuridico il principio di illegalità della disparità salariale tra uomo e donna: una legge che prevede sanzioni per le aziende e le agenzie governative che non pagano allo stesso modo le donne e gli uomini a parità di mansioni. A Berna la maggioranza di destra – prevalentemente maschile –  ha deciso di rinviare alle calende greche la revisione della Lpar (Legge sulla parità).

Le donne non possono fare altro che lottare ogni giorno. Ogni giorno è l’8 marzo.
Lo ribadiremo in modo chiaro giovedì a Bellinzona, alla manifestazione unitaria. Appuntamento alle 18.00 davanti alla Posta.

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