di Pepita Vera Conforti, co-presidente del Coordinamento donne della sinistra

Ogni 14 giugno da ormai il lontano 1991 ci inventiamo qualcosa per poter manifestare, essere presenti sulla scena politica, mandare uno o molti messaggi. Tradizionalmente cerchiamo di trovare alleanze tra associazioni e organizzazioni della sinistra che condividono valori,  aspirazioni uguali, anche se non sempre sovrapponibili in tutto e per tutto specie per quanto riguarda le strategie per raggiungere gli obiettivi e i focus politici su cui muoversi prioritariamente, proprio perché obiettivi e scopi dei diversi gruppi sono differenti.

Questo, amiche e compagne, non deve diventare oggetto di divisione, ma comprensione e rispetto reciproco, occasione per riflettere e capire prospettive e pensieri differenti, crescere anche nelle differenze individuali e politiche.

Lo dico e lo ribadisco perché con un profondo dispiacere ho constatato che da qualche anno le differenze all’interno del mondo femminista a sinistra diventano oggetto di ostilità, se non talvolta di vero e proprio astio che si manifesta prevalentemente nei social, ma non solo.

Questo ci indebolisce, come donne, come individui, come collettivo, come forza politica che vuole incidere su un sistema che ancora oggi mantiene la discriminazione sessuale come forma di potere e controllo, talvolta volontariamente – come per le disparità salariali – talvolta in modo meno consapevolemente – come per le scelte professionali.

Quindi ben venga lo sforzo delle donne socialiste svizzere di aver prodotto un documento di analisi e proposta politica, capace anche di rivolgere uno sguardo critico sulle modalità di lavoro del partito stesso.

A leggere attentamente le 25 pagine del Manifesto per un socialismo femminista, si trovano molti spunti di analisi, di riflessione come pure proposte puntuali sui diversi temi che oggi sono prioritari. Punti prioritari che le compagne vi presenteranno come ingredienti fondamentali della parità, quella vera, che ci aspettiamo e per la quale vogliamo lavorare per raggiungerla.

Tornando invece al testo, nella prima parte, mostra come sia stato difficile anche a sinistra e nel sindacato uscire dalla marginalizzazione dei contenuti (legati principalmente al ruolo della donna in senso tradizionale) e dai ruoli maschili assegnati nelle organizzazioni. L’idea che la lotta contro lo sfruttamento dell’uomo  doveva portare con sè anche la liberazione delle donne da una posizione di subalternità, era il perno della lotta politico-sindacale, ma nella realtà questo doppio movimento non poteva considerarsi automatico così come si auspicava. Con gli anni ’70, molte donne dei movimenti femministi entrano nelle fila del partito e del sindacato producendo un profondo cambiamento nei movimenti femminili dei partiti e organizzazioni sindacali.

Fino ad arrivare ad oggi, dove esplicitamente si chiede al partito socialista svizzero (e alle sue sezioni) – nella sua parte finale di “autocritica”-  non solo di ascoltare e includere nelle proprie politiche le istanze femministe, ma di cambiare completamente approccio, facendole proprie e di valore paritario alle istanze politiche più generali. Anzi, si spinge ancora più in là, esigendo di rileggere tutta la politica del partito secondo un approccio femminista.

È un cambiamento talmente radicale che, quando ho letto il testo, mi sono chiesta se davvero é stato compreso dai nostri compagni quanto profonda sia la trasformazione che il manifesto chiede a donne e uomini che militano nella sinistra.

I 3 capitoli centrali che seguono alla parte storica, sono interessanti perché non frammentano l’esperienza di vita delle donne e degli uomini nella nostra società secondo uno schema classico di temi, piuttosto creano relazioni e interconnessioni tra aspetti teorici, dati fattuali e proposte operative, in una dimensione plastica tridimensionale. Lavoro, sessismo, diritti sono i capisaldi attorno cui ruotano le riflessioni sulla famiglia, sulle ore di lavoro, sulla parità salariale, sulle diversità di genere e orientamento sessuale, sulla divisione del lavoro, sul valore del lavoro di cura e domestico, sulla libertà a una sessualità autodeterminata, sull’educazione alla parità, sul linguaggio come strumento di oscuramento, sulla libertà, sulla migrazione, .. e molto altro.

Possiamo sicuramente partire da lì per sviluppare pratiche di collaborazione e ritrovare alcuni punti di azione e lotta politica comuni.

Ammetto che non condivido tutte le riflessioni e le proposte, ma, forse l’età e l’esperienza, mi permette di apprezzare punti di vista differenti dal mio e cercare assieme i punti di contatto, perché solo così riusciamo a trovare la forza etica per far avanzare le politiche progressiste, per coinvolgere anche altre donne – perché da sole possiamo fare molto rumore, ma per avanzare abbiamo bisogno di alleanze -, per manifestare e trovare le strategie più adatte e rispettose della vita di ogni persona.

Oggi la “precarizzazione e le nuove forme di schiavitù del lavoro” con salari che non permettono di vivere, sono una minaccia per uomini e donne, modi di lavorare che rendono le persone fragili e vulneralbili sul mercato del lavoro, fragilità di cui hanno esperienza le donne che non si sono mai sentite completamente parte del sistema economico se non come lavoratrici a basso salario o lavoratrici prestate solo per un breve periodo al lavoro (perché la missione principale era quella della maternità e della cura).

Ripenso agli slogan che negli anni noi donne abbiamo portando avanti: da “Se le donne vogliono tutto si ferma” dello sciopero del ’91, a “Punto e basta” dell’ultimo primo maggio. Vogliamo Pane e rose, é però sempre il mio preferito perché porta in sè l’essenzialità dei bisogni primari (di cui tutti devono poter godere in egual misura), ma anche di cultura umana (intesa come arte, formazione, civiltà)… per questo la parità all’acqua di rose non ci interessa, una parità annacquata con un pizzico di profumo che cinicamente ci vuole mantenere sotto controllo. No grazie, non fa per noi!

Per saperne di più
https://coordonne.ch

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