Entro il 2050 perderemmo più del 98% della superficie glaciale dei ghiacciai ticinesi

Il clima impazzito degli ultimi giorni ma in generale degli ultimi anni sta provocando seri problemi al Pianeta. Uno di questi è il ritiro dei ghiacciai: un fenomeno che avanza spedito e che si può osservare anche in intervalli temporali ridotti, da un anno all’altro. Acpnet.org ha chiesto a Cristian Scapozza, geomorfologo alpino della SUPSI (Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana) e membro della rete Permos (Permafrost Monitoring in Switzerland) che cosa sta accadendo ai ghiacciai e quali misure possono essere prese per arginare questo problema.

I ghiacciai svizzeri nell’ultimo decennio hanno avuto una riduzione del 20%, addirittura del 2,5% solo nell’ultimo anno. C’è da preoccuparsi?

La situazione è drammatica anche perché i ghiacciai non sono in equilibrio con il riscaldamento del clima che c’è stato negli ultimi anni. Se fossero in equilibrio sarebbero ancora più ridotti e ritirati più fortemente di quanto non lo siano oggi. Il ghiacciaio, infatti, reagisce con una certa inerzia al cambiamento climatico e digerisce i cambiamenti con un ritardo da qualche anno fino a qualche decennio per i ghiacciai più grandi. Il ghiacciaio dell’Aletsch, per esempio, ha un tempo di reazione di 24 anni  rispetto al riscaldamento dell’ultimo periodo.

Il caldo di questi ultimi anni con temperature estive anche in autunno – come avvenuto in questi ultimi giorni in Europa – hanno quindi accelerato questo processo?

La canicola di quest’anno ha accelerato una certa fusione comunque già in atto da diversi anni. Ma se consideriamo gli ultimi due anni che sono stati relativamente poco innevati ma un “po’ meno caldi”, i ghiacciai hanno subito un ritiro sì forte ma di minore entità. Quest’anno le condizioni estive sono andate a sommarsi a quelle degli ultimi anni e in qualche modo ad accelerare l’andamento al ritiro delle masse glaciali. Se i ghiacciai fossero in equilibrio sincrono con le variazioni climatiche dovrebbero essere ancora più ridotti di quello che sono ora.

C’è comunque una correlazione tra la fusione dei ghiacciai e il cambiamento climatico?

Sì certo e si vede molto bene soprattutto a partire dalla seconda metà del ‘900: c’è una forte correlazione con le emissioni di gas serra prodotte dall’Uomo. Infatti, i valori che abbiamo nell’atmosfera al giorno d’oggi non sono mai stati registrati nelle serie storiche. E parlo dell’ultimo milione di anni.

Uno dei fattori che accelerano la fusione dei ghiacci è l’assenza di neve che fonde più velocemente di prima. Però non sono diminuite le precipitazioni.

Ci sono due fattori: sul lungo termine, non c’è ancora una variazione delle precipitazioni così marcata come nel caso delle temperature; assistiamo però a un’elevazione del limite inferiore delle nevicate, segno che sempre più precipitazioni giungono al suolo in forma liquida, con la conseguenza che la parte di precipitazioni nevose è in diminuzione. E ciò ha un influsso sul ghiacciaio inevitabilmente, poiché diminuisce il volume potenziale di neve che, con il tempo, può trasformarsi in ghiaccio.

L’altro aspetto che si lega a questo fatto è che, essendoci meno neve che oltretutto fonde più velocemente, le radiazioni solari arrivano più velocemente ad avere un influsso diretto sul ghiaccio che, essendo di colore più scuro rispetto alla neve (ha un albedo più basso), incamererà più calore e quindi fonderà più velocemente. Si tratta quindi di un circolo vizioso che porta a una fusione accelerata del ghiaccio.

Uno dei problemi correlati alla fusione dei ghiacciai è la formazione di laghi in quota.

Sì, perché l’acqua di quei laghi è il risultato della fusione del ghiaccio. Una lingua glaciale, quando si ritira, può dar origine a dei laghi se la topografia del fondo roccioso presenta delle concavità o se le stesse morene frontali del ghiacciaio costituiscono una sorta di diga di detriti. Queste ultime possono anche essere molto instabili, rappresentando una fonte di pericolo che si può verificare in tutto il mondo, in Svizzera come anche altrove. Noi avevamo fatto degli studi anche su alcuni ghiacciai himalayani in Bhutan, dove la formazione di laghi avviene addirittura sul ghiacciaio stesso.

Uno studio rivela che se anche smettessimo di produrre subito Co2, il 40% dei ghiacciai sarebbe spacciato. Cosa possiamo fare quindi noi abitanti del globo per cercare di arginare la fusione dei ghiacci?

A dire il vero se continuiamo così, entro il 2050 perderemmo più del 98% della superficie glaciale (mi riferisco ai ghiacciai delle Alpi ticinesi). I ghiacciai sono testimonianza dell’andamento climatico e dell’influsso che hanno le comunità umane sul clima. È chiaro che il problema non lo si può risolvere dall’oggi al domani: però ridurre le emissioni contribuirebbe, sul lungo periodo, a una stabilizzazione di questa tendenza al ritiro sempre più marcato. Più un ghiacciaio è piccolo più si ritira facilmente, è un circolo vizioso. Ma non bisogna pensare che ciò sia una catastrofe di enorme portata perché in passato ci sono state delle epoche in cui le Alpi presentavano una copertura glaciale ai livelli di oggi se non inferiore, senza che ci fosse stato l’influsso delle attività umane. Ciò che è differente rispetto al passato è la velocità del ritiro odierno, che non è mai stata osservata negli ultimi 12’000 anni.