Intervista a Maso Notarianni di Michele Novaga

“Non sono in mare, sono a Milano appena rientrato da Lampedusa, ma presto ripartirò per una nuova missione a bordo della Mar Jonio” spiega al telefono Maso Notarianni, giornalista e volontario per conto dell’Arci dell’imbarcazione finanziata con le sottoscrizioni di migliaia di persone tramite uno dei crowdfunding più vincenti nella storia d’Italia.

Come è nato il progeto di Mediterranea Saving Humans?

L’idea è nata un anno fa quando è cominciata la campagna discriminatoria contro le ong, quando cioè tutte le navi che erano nel Mediterraneo sono state bloccate e le è stato impedito non solo di prestare soccorso ma anche di monitorare la situazione. Un gruppo composto da diverse associazioni (Arci, Ya basta), Ong (Sea-Watch) il magazine on lineI Diavoli, imprese sociali comeMoltivolti di Palermo, ha deciso di non accettare la situazione e di rispondere a una cultura e a una politica che sono devastanti provando a fare questa cosa chiedendo a Banca Etica un finanziamento che ha permesso di acquistare la barca e di attrezzarla. In ottobre abbiamo lanciato il crowdfunding e ad oggi abbiamo raccolto oltre 600.000 euro. E altri finanziamenti arriveranno dato che Arci ha deciso di destinare i proventi del 5 per mille delle dichiarazioni dei redditi 2019 a Mediterranea.

E poi sono nate e cresciute esponenzialmente le iniziative a terra a supporto del progetto con una media di una e mezza al giorno in tutta Italia. Una risposta concreta a un problema drammatico.

Che sviluppi ha avuto la vicenda dei 49 migranti tenuti al largo per diversi giorni prima di essere fatti sbarcare?

Dopo aver interrogato quelli che erano a bordo, la nave è stata dissequestrata ed ora si trova a Marsala. Stiamo mettendo a punto alcuni dettagli tecnici e giuridici soprattutto per tutelare il comandante alla luce di quello che è successo e a brevissimo riprenderemo l’attività.

Che reati vi sono stati imputati?

Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e violazione del codice marittimo per non esserci fermati all’alt. Ma siamo assolutamente tranquilli per aver rispettato tutte le leggi e i trattati internazionali. Sono reati che ci hanno imputato di ufficio. All’alt non potevamo fermarci perché avevamo tanta gente a bordo tratta in salvo in situazione di difficoltà.

Secondo il vice-presidente del Consiglio Matteo Salvini voi siete “inseriti in un traffico di esseri umani organizzato, concordato e programmato”.

E’ un’accusa ovviamente priva di ogni fondamento. Noi siamo lì per fare osservazione e denuncia e siccome quando sei in mare ti può succedere di trovare situazioni di pericolo, se le incrociamo interveniamo come prevede la legge. Il punto è che una volta quelle che erano dichiarazioni istituzionali si sono trasformate in dichiarazioni da social network. Ma di questa accusa se ne stanno occupando anche i nostri legali.

Come si svolgono le vostre attività?

In totale nelle missioni siamo una ventina. Sulla Mar Jonio ci sono sette marittimi stipendiati che fanno andare la nave. Gli altri, tutti volontari, stanno su una barca d’appoggio di 15 o 20 metri che trasbordano sulla Mar Jonio in caso di bisogno. C’è un capo missione generale che sta sulla Mar Jonio e poi un coordinatore della barca d’appoggio che ho fatto anch’io.

Noi scendiamo giù verso le coste libiche fino a 40 miglia, facciamo avanti e indietro e molto dipende anche dalle condizioni del mare che in inverno ovviamente sono spesso brutte.

Prima le richieste giungevano direttamente dalle autorità marittime e le barche che si trovavano nelle vicinanze dovevano obbligatoriamente prestare aiuto a chi era in pericolo: ora che sono cambiate molte cose, come funziona il soccorso?

Ora c’è un sistema che si chiama Alarm Phone fatto da volontari di tutta Europa che raccolgono gli SOS dei barconi dei migranti in difficoltà. Loro le girano alle autorità marittime che però da qualche mese a queste parte non diramano più bollettini nautici ma si telefonano tra loro per coordinare i soccorsi. Per cui ora si pattuglia il mare e si cerca di intercettarli coi radar o a vista d’occhio. Ci sono però alcune associazioni di volontari che dispongono di piccoli aerei e fanno pattugliamento il Mediterraneo. Se vedono delle situazioni di crisi poi avvisano.

Torniamo alla vicenda dei 49 migranti: è stato quello l’unico barcone che avete soccorso e i cui occupanti siete riusciti a portare in salvo?

Sì, anche se nelle missioni precedenti partivano segnalazioni dalle autorità marittime e noi ci muovevamo verso il punto indicato; poi dopo un po’ di ore di navigazione ci fermavano dicendo che era tutto risolto e abbiamo spesso avuto la sensazione che giocassero a spostarci da una parte all’altra perché diamo fastidio per il lavoro che facciamo.

Nel Mediterraneo si muore tanto: hai dei dati?

I dati precisi non li ha nessuno dato che ci sono tantissime partenze che non vengono registrate. Ci sono forse meno partenze rispetto a prima ma i morti rispetto al numero dei partenti non sono mai stati così alti. E questo è il dato certo. E ce ne rendiamo conto durante le nostre navigazioni: a volte troviamo isolette con bottiglie di plastica, giubbotti arancioni e si capisce che è avvenuto un naufragio di cui poi non si sa nulla.

In mare ci sono altre organizzazioni che come voi fanno questo tipo di lavoro?

Sì, ci sono altre ong come Sea Eye o Sea Watch e Open Arms. Quest’ultime due sono però ferme: la Sea Watch perché l’Olanda ha cambiato la sua legislazione sulle bandiere delle navi, Open Arms perché il governo spagnolo la sta tenendo bloccata in porto.

Vi coordinate con loro?

Certamente: un’altra delle cose positive di Mediterranea è stata la creazione di una sorta di cartello di tutte le Ong che lavorano nel Mediterraneo che si chiama United for Med e che ci ha visto fare tante attività insieme sia in mare nelle missioni, sia a terra con iniziative con i sindaci delle cosiddette città aperte: Ada Colau di Barcellona, Leoluca Orlando di Palermo e altre città. La nascita di Mediterranea ha stimolato il ritorno delle altre Ong. L’unione fa la forza.

Negli ultimi giorni è stato rivelato che Stefano Paolo Tria, figlio del ministro dell’economia e delle finanze, sia un volontario di Mediterranea

Stefano Paolo è uno di noi, ma noi siamo tutti insieme e tutti uguali. E chi se ne frega se uno ha parenti più o meno famosi.